massimiliano zampetti teatro d'emergenza cattiverie

Un vecchio regista russo scrisse una volta che qualunque cosa tu faccia sul palco, ci sarà sempre qualcuno che ti dirà che è un capolavoro. È una frase sorprendente da lasciare ai posteri. Ci si aspetterebbe di leggere il perfetto opposto, qualcosa del tipo: “non ti curare delle critiche ingenerose, ne riceverai sempre”. Invece il vecchio russo ci teneva a dirci che non bisogna credere con troppa faciloneria ai complimenti. Questo monito credo che risuoni nelle notti insonni di ogni regista.

Ma se quell’antico Maestro aveva ragione, come possiamo valutare l’esito di uno spettacolo?

Chi fa questo mestiere spia con acuta e nevrotica attenzione le reazioni del pubblico. Gli attori sono da sempre convinti di sapere interpretare il silenzio degli spettatori. Erano attenti, ti diranno, lo capivo dal loro silenzio; non si sono persi una battuta, l’ho capito dal loro respiro. Che questa sia un’autentica capacità degli attori o un effetto di autosuggestione, non è dato di sapere.
Io, che essendo un regista non ho compiti pratici durante lo spettacolo, mi scelgo un angolino da cui poter spiare non visto le reazioni della platea (“quello ha sorriso, quell’altro ha guardato l’orologio, quello sembrava sul punto di addormentarsi…”). Non sorprenderà sapere che il mio affascinato lavoro di spionaggio mi lascia senza risposte certe riguardo a quanto è accaduto nell’animo degli spettatori.

Ci sono gli applausi, naturalmente.
Oggigiorno si applaude qualunque cosa, per educazione, ma il suono degli applausi è un termometro abbastanza preciso, anche se del tutto empirico (quanto durano, quante urla in falsetto vengono emesse, quante chiamate vengono concesse agli attori,…). Questo termometro però non funziona per il nostro nuovo spettacolo, visto che l’ultima “cattiveria” la teniamo in serbo proprio per i saluti finali.

Poi ci sono i commenti del dopo-spettacolo.
E qui il Maestro russo di cui sopra ci invita alla prudenza.
E se è vero che un teatrante ucciderebbe per un “bravo”, è altrettanto vero che non potrà mai sapere cosa è successo allo spettatore durante lo spettacolo né potrà avere accesso ai pensieri del pubblico (io a volte tornando a casa continuo a sentire il sapore di uno spettacolo che ho visto per molte ore, addirittura per giorni, in una maniera intensa e difficile da esprimere a parole).

Infine ci sono le recensioni.
Diciamolo subito: nessun professionista del teatro da credito alle parole di un imbratta-carta, a meno che queste non siano di lode sperticata al nostro lavoro.
Ma le parole scritte, a differenza dei commenti verbali, restano. E allora non si può evitare di farci i conti.
Poniamo il caso che, per lo stesso spettacolo, escano due recensioni (A e B). E immaginiamo che i contenuti di queste recensioni siamo diametralmente opposti. Per esempio:

A
“…Una buona dose di idee scontate…
Scelta non originale, già cara alle avanguardie…
Non sempre convincente…

B
“… Originale struttura drammaturgica…
regia di una squadra di ottimi attori…
spettacolo intelligentemente politico…”

Ecco, in questo caso del tutto ipotetico e un po’ forzato, un giovane regista direbbe che il giornalista A non capisce nulla del Teatro, mentre il giornalista B non solo se ne intende ma scrive anche in bello stile. Un regista più anziano ed esperto, invece, dovrà accettare la scomoda evidenza che hanno entrambi ragione…

E allora cosa resta, quando le luci si spengono, la scenografia riposa in un magazzino e gli attori (quelli che fino a ieri chiamavi “i tuoi attori”) sono impegnati in altro spettacolo?

Forse una specie di nostalgia. L’attesa di potere riprendere a giocare con degli sconosciuti che ti osservano nell’ombra, la speranza che qualcosa accada, di nuovo.

“Cattiverie” – dal 12 al 17 giugno a TEATRO LIBERO, Milano