Qualche giorno fa a Lugano è arrivato “Nachlass”.

Proviamo a leggerlo con la lente del darwinismo teatrale.

“Nachlass” non è uno spettacolo in senso tradizionale: si tratta di un’istallazione ovvero una forma di “teatro senza attori”.
Accade, infatti, che gli spettatori entrino ed escano da otto stanze in cui troveranno oggetti e video che raccontano loro la storia di otto persone.
Io non ho visto “Nachlass”, ero impegnato a provare con gli attori del nuovo spettacolo di Teatro d’Emergenza, ma chi l’ha visto mi ha riportato commenti entusiastici.

Nachlass fa parte di un rassegna che si chiama Teatro Domani.

La cosa interessante di questa rassegna è che su quattro spettacoli tre sono installazioni, ovvero rappresentazioni del genere “teatro senza attori”.
Io credo che le parole siano importanti e i titoli, parole in grassetto a capo-pagina, siano ancora più importanti.
 
I direttori artistici della stagione di Lugano ci stanno dicendo qualcosa di drastico.
Con tono chiaro e deciso i direttori artistici di Lugano proclamano: “il teatro sta cambiando pelle, il teatro si è trasformato, dite addio alle seggioline e ai palcoscenici, dimenticate storie ed attori e preparatevi a questa nuova forma.”

Io tendo a fidarmi dei direttori artistici, non tanto perché sanno di cosa parlano ma soprattutto perché decidono ogni anno gli spettacoli che vedrò il prossimo anno.

Dunque, con tutta probabilità, gli attori e i registi un po’ per volta finiranno relegati ai margini dell’arte.
Alcuni evolveranno in una specie nuova, gli altri, la maggior parte, si estingueranno. Non mi sembra una notizia troppo drammatica, anche se faccio parte di una delle categorie a rischio.
Non sarà la prima volta che il teatro farà a meno degli attori: nel periodo barocco gli spettatori andavano a vedere meravigliose scenografie semoventi (vulcani, cieli, profondità marine) senza bisogno di storie e personaggi.
 
Questo non vuole essere un articolo nostalgico su “quant’è triste che un certo modo di fare teatro stia scomparendo”, perché si sa, le cose passano e tornano con insensata ciclicità. Quello che mi chiedo è cosa sta per estinguersi, precisamente?

Il pubblico così come lo conosciamo non ci sarà più.

Ma il pubblico è da lungo tempo che sta subendo una mutazione: anticamente eravamo persone messe una accanto all’altra in piena luce, sedute a semicerchio che volendo ci potevamo guardare.
Poi qualcuno spense la luce e il teatro diventò qualcosa di più intimo; oggi o domani ci sarà una stanza in cui entrerai da solo.
Scompariranno gli applausi, poco male, perché non si saprà di preciso verso chi o verso cosa inviare quel segnale.
Nel frattempo, sarà scomparso l’attore di teatro, che però già forse non stava tanto bene, che ce n’erano sempre di più ma sempre più deboli e sparuti.
E scomparirà il regista, effimera creatura di cui si perderà il ricordo.
Quello che resterà sarà l’immagine che noi abbiamo di noi stessi.
 
E poi da qualche parte, un qualche genere di teatro con storie e attori rinascerà, con entusiasmo carbonaro, e verrà chiamata avanguardia…
 
Ma ora siamo qui, nel bel pezzo di un cambio d’epoca e non ci resta che guardare questi brandelli di teatro e chiederci: cosa si sta estinguendo? E perché?