Dunque, dove eravamo rimasti?
Parlavamo del futuro…
Dicevamo che il Teatro di domani sarà appannaggio di meravigliose installazioni (stanze con oggetti-videoschermi-suoni registrati). Saranno spettacoli che faranno a meno della compresenza di attore e spettatore.
 
Il Teatro non sarà più, come oggi, l’arte che esiste solo nel momento in cui qualcuno guarda. Gli elementi dell’installazione, quell’oggetto, quel video, esisteranno per sempre (o almeno per un tempo ragionevole) e potranno essere riscoperti, come la bobina di un vecchio film, la tela di un dimenticato pittore, il manoscritto sepolto in un insospettabile cassetto.
 
Ma ancora per poco il Teatro è l’arte che esiste per un istante e poi si dissolve. E allora vorrei gettare un ultimo sguardo su alcuni fossili viventi che presto faranno parte solo del nostro passato.
 
Una didascalia
Quelle frasettine in corsivo che appaiono tra una battuta e l’altra di un copione teatrale non ci raccontano soltanto le azioni che l’autore si immagina verranno svolte sulla scena (X si alza; Y risponde con un filo di voce, …) ma ci dicono qualcosa del teatro che un autore sogna di vedere scaturire dalle sue parole.
Juan Mayorga, il drammaturgo di “Animali notturni” ha nascosto in una delle sue opere questa didascalia:
 
Abel cerca un altro gesto con cui rispondere a Sara. Non lo trova.
 
Provo a immaginare un attore capace di realizzare precisamente questa indicazione, davanti agli occhi di uno spettatore. Varrebbe la pena di tenerlo in vita, il vecchio teatro, se avessimo il coraggio di dare forma visibile e concreta a didascalie come questa. Mostrare a chi guarda un uomo che cerca un gesto e non lo trova.
 
Una dichiarazione
Peter Brook ha osservato che con la scoperta dei neuroni specchio le neuroscienze avevano cominciato a capire quello che il teatro sapeva da sempre.
Che atto meraviglioso, dunque, questo del teatro, capace di fare risuonare nella coscienza di qualcuno l’azione di qualcun altro, capace di agire su sistemi così profondi da rimanere misteriosi alla scienza per millenni.
Ma a dire il vero: quanti di noi sanno per davvero di cosa sta parlando Peter Brook? Quanti di noi hanno agito senza pensare alla sostanza stessa del teatro, a questa relazione tra due persone che si incontrano per caso e si trasformano per sempre?
 
Dodin
E prima che il vecchio Teatro muoia per sempre, ringrazio il Caso divino che mi ha fatto contemplare la meraviglia di quello che il teatro potrebbe essere.
“Il giardino dei ciliegi”, atto quarto.
L’attrice che interpreta Varja, immobile ma non ferma. Fronteggia l’attore che interpreta suo zio. L’attrice recita la paura che Varja ha di piangere, lo sforzo con cui indossa la maschera dell’ironica durezza. L’attrice recita con semplicità, usa il respiro, i piedi, la spina dorsale, le braccia, per creare un frammento di meraviglia, per farmi fare un’esperienza di vita.