Sei anni fa stavo lavorando alla messa in scena de Il custode di Harold Pinter.
L’intera pièce doveva svolgersi in una stanza ingombra di oggetti e carabattole di ogni sorta.
Mi fu subito chiaro che la creazione dello spazio scenico sarebbe stata di importanza fondamentale per la buona riuscita della commedia.

Qualche tempo prima mi avevano fatto il nome di una certa Giulia Breno, giovane scenografa bergamasca che collaborava con il Piccolo Teatro di Milano.
Ci incontrammo, le raccontai le mie idee a parole, lei mi raccontò le sue con disegni e modellini e dopo molti mesi entrammo in teatro in vista del debutto.

Lei in poche ore edificò la sua scenografia: una stanza trasparente che era anche una gabbia e un ring.
Una volta compiuto il suo lavorò la vidi indugiare sul palco. Mi avvicinai per capire cosa stesse facendo e vidi che con un pennellino sottile stava facendo dei ritocchi a una mensola che si trovava sul fondo della scena: dipingeva cerchi come quelli che una tazza sporca lascia su un ripiano.

Le chiesi perché mai si dedicasse, dopo una giornata così faticosa, a particolari così minuscoli che nessuno spettatore avrebbe mai potuto vedere. Lei mi rispose: “Lo spettatore non lo vedrà, ma l’attore sì. E forse gli servirà vederlo.”
Da quel primo spettacolo non abbiamo mai smesso di collaborare. È importante creare una squadra di artigiani-artisti che un po’per volta affinino un linguaggio comune e traccino la mappa della loro ricerca.

L’anno scorso per il nostro “Finale di Partita” una recensione diceva:
“…una scenografia spettacolare, capace di creare un ambiente-personaggio.”

Quest’anno, per “Cattiverie” la sfida è ancora un’altra: spingere la semplicità verso la purezza della poesia, cercare di levare tutto quello che è superfluo per costruire una specie di giardino zen in cui fare muovere gli attori del nostro crudele Varietà.
Il nostro progetto di crowdfunding servirà proprio a finanziare parte della scenografia di Cattiverie.
Scopri come fare qui.

Giulia Breno scenografa