Qualche settimana fa si era diffusa la notizia che Toni Servillo aveva messo alla gogna uno spettatore reo di smanettare con il suo cellulare poco prima dell’inizio di uno spettacolo.
In poche ore sono comparsi numerosissimi commenti su facebook che suonavano più o meno così:

“Bravo Toni, è ora di finirla con questi maleducati che vanno a teatro e non stanno attenti. Il teatro va seguito in religioso silenzio e con grande concentrazione. Chi non è d’accordo se ne resti a casa!”

Da regista mi sono sempre augurato di incontrare spettatori in estatico mutismo di fronte all’Arte. Ma, come tutti, so che il teatro non è mai stato un’aula scolastica gremita di discepoli rispettosi o un tempio affollato di adepti.
Si narra che ad Atene, nel V secolo avanti cristo, gli spettatori dormivano e chiacchieravano se ne avevano voglia.
E se lo spettacolo non era di loro gradimento potevano lanciare sassi e frutta o addirittura invadere il palcoscenico chiedendo all’autore di rendere conto del suo operato.

Pare che all’epoca di Shakespeare il pubblico non fosse meno chiassoso e così di seguito nel corso della Storia. Persino quando si chiuse il teatro in una stanza e poi, recentemente, si spense la luce in platea il pubblico continuò per molti anni a fischiare, commentare, parlottare.
Anche in quelle epoche passate, immaginiamo che gli spettatori talvolta tacessero.
Ma quel silenzio, quell’attenzione era un’autentica conquista. Si taceva perché si veniva conquistati da quel che accadeva in scena e non per educazione.

Qualche giorno fa sul blog de linkiesta.it veniva pubblicata una feroce recensione al nuovo spettacolo di Emma Dante.
La recensione era scritta in forma di lettera aperta, la giornalista sembrava proprio arrabbiata, personalmente, verso un modo di fare teatro e verso chi lo faceva.
Le stroncature ormai sono merce rara sulla carta stampata e invece pullulano in rete, dove i critici si moltiplicano, dove si mescolano la chiacchiera dell’uomo qualunque, il latrato del tifoso e la riflessione dell’esperto.
Comunque, quella critica ad Emma Dante ha innescato una interessante reazione a catena: dapprima una serie di commenti infervorati di coloro che avevano odiato lo spettacolo (alcuni anche senza averlo visto); poi il contrattacco delle recensioni positive con corollario di commenti appassionati di coloro che avevano amato lo spettacolo (alcuni anche senza averlo visto).

Per capire gli spettatori della nostra epoca non basta osservarli in platea ma bisogna leggerli sui social.
Sulle poltroncine del teatro sembrano pochi ed apatici, applaudono per abitudine ad ogni fine scena e se ne vanno a casa rapidamente all’accendersi delle luci in platea. Ma sui social gli spettatori sembrano molti di più e sono agguerriti, si dividono in fazioni, discutono, si accalorano e, insomma, danno l’idea che il teatro sia una cosa ancora viva che muove gli animi e le passioni (un po’ meno che una partita di calcio e un po’ più di un referendum).

Simo spettatori social (né socievoli né sociali), la nostra passione ha trovato una nuova forma. Meno rozzi dei loggionisti della lirica, noi, finito uno spettacolo che non ci è piaciuto, applaudiamo, poi corriamo a casa e davanti allo schermo acceso sonoramente fischiamo.