IL CALAPRANZI

Il Calapranzi, la nuova produzione di Teatro d’Emergenza.

Debutto:
29 novembre – 30 novembre e 1 dicembre 2019 a Lugano, Teatro Foce
Repliche:
Venerdì 13 dicembre Teatro Binario 7 Monza
Con: Sebastiano Bottari e Massimiliano Zampetti
Regia: Luca Spadaro

La storia

Fortunati i primi spettatori de “Il Calapranzi” che nulla sapevano di quei due tizi chiusi in un seminterrato e tutto scoprivano un po’ per volta, grazie al muoversi sincopato e alle mezze parole dei personaggi e ai colpi di scena degni di un thriller tragicomico.

Ormai pero “Il Calapranzi” è un classico del Teatro contemporaneo, e allora tanto vale ricordarne la trama.
Due killer professionisti, due travet dell’omicidio che per lavoro uccidono sconosciuti.

Ogni volta, quando ricevono la chiamata del fantomatico signor Wilson, si recano all’indirizzo che gli viene dato, ci passano la notte e attendono la vittima. Quando la vittima arriva loro gli sparano seguendo un rituale sempre identico, poi se ne tornano a casa.
Non si fanno domande, eseguono con precisione il loro compito, come farebbe qualunque solerte impiegato.

E davvero le parole dei due protagonisti farebbero pensare all’omicidio come a un lavoro onesto e comune, forse perfino un po’ noioso… non fosse che stavolta qualcosa pare essere diverso dal solito.
Nella testa dei protagonisti sorge qualche dubbio, ci si pone ad alta voce domande che sarebbe meglio non fare. Il nervosismo cresce e, si sa, quando si è nervosi è più’ difficile sparare.

Poi accadono fatti inattesi, che rompono la routine dei due killer: una busta viene fatta scivolare sotto la porta della stanza, un calapranzi scende dall’alto portando strampalate richieste.
In poche mosse i carnefici diventano vittime, i cacciatori vengono braccati.
Tutto sembra all’improvviso perdere senso e in questo caos denso di tensione si svelano i meccanismi umani che accomunano tutti noi (killer, attori, impiegati, …)

Note di regia de Il Calapranzi

“Sono metafore di un solo meccanismo, quello della Violenza che insidia, minaccia, oltraggia, conculca l’individuo (…) Se la crudeltà e la ferocia di questa Violenza è meno brutale che in testi di altri notevoli scrittori inglesi contemporanei è perché Pinter vuole suggerircene la furia oppressiva sotto le parvenze di un’infingarda mansuetudine, di una renitenza neghittosa.”
(Guido Davico Bonino)

Nelle note di regia che avevo scritto per la mia precedente messa in scena pinteriana (“Il custode”, Teatro foce 2012), definivo l’Autore un entomologo dell’animo umano.

I suoi testi, un tempo ritenuti incomprensibili e vuoti, sono un mirabile equilibrismo tra il paradosso delle situazioni raccontate e la precisione dei meccanismi psico-fisici messi in scena.

Nella precisione della scrittura di Pinter si riconosce l’attore, che scrive per la scena mettendo sulla pagina tutti gli ingredienti necessari alla deflagrazione teatrale della storia che racconta.

I testi della prima fase di Pinter (tra cui “Il Calapranzi” è uno dei più’ famosi) sono esempi di teatro politico nella sua forma più’ alta: non si parla di un conflitto o di un epoca precisi ma si mostra l’uomo così come è condannato ad essere.

Ne “Il custode” si vede un uomo che deve scegliere da chi farsi proteggere e dopo avere ponderato le alternative finisce per fare la scelta peggiore.
Ne “Il calapranzi” ci sono due persone che fanno quello che gli viene detto di fare, senza porsi domande, fino al giorno in cui, senza un apparente motivo, si verranno a trovare “dall’altra parte”, vittime a loro volta di un incomprensibile disegno.

La recitazione de Il Calapranzi

Ogni volta che ho lavorato con attori o allievi attori su un testo di Pinter ho avuto sempre lo stesso riscontro. Tutti mi hanno detto:

“Non so dove mi vuole portare, ma la strada è perfetta.”

E’ evidente che Pinter sia stato prima attore e poi drammaturgo. La sua scrittura è matematica, azioni e reazioni sono disegnate con una precisione straordinaria, tanto che un attore attento non cercherà nulla al di fuori del testo ma proverà invece a scavare la pagina alla ricerca di nuove sorprendenti scoperte. I testi di Pinter hanno la forza di accadimenti reali.

Queste storie funzionano non solo per chi le recita ma anche per chi le guarda: la ritmica della scena è accattivante, le debolezze dei personaggi sono tratteggiate con sottile ironia, le intenzioni vengono celate perché lo spettatore abbia la sensazione di stare facendo lui delle scoperte.

Quelli che vogliamo mettere in scena sono dei personaggi realistici, in cui lo spettatore possa riconoscersi, a partire dai quali lo spettatore possa sentirsi chiamato in causa (“quel personaggio, le cui scelte non condivido razionalmente, mi somiglia”).

La scelta di un registro realistico nella recitazione è il nostro tentativo di creare un disequilibrio nello spettatore.

Il realismo ci permette di lavorare sulle contraddizioni.

Il realismo ci permette di lavorare sulle azioni trattenute.
Attacchi e parate, come in un duello in cui i contendenti sono quasi immobili. Parole che il pubblico percepisce nonostante non vengano pronunciate, gesti desiderati e mai compiuti (come in una commedia cechoviana).

Il divario tra quello che un personaggio fa e quello che vorrebbe fare genera l’empatia di chi guarda, tanto la commozione quanto il senso del ridicolo di questi anti-eroi così simili a noi.

La scenografia de Il Calapranzi

Lavorando da anni su quello che un tempo si definiva “Teatro borghese”, siamo stati spesso confrontati con la creazione di “stanze scenografiche”.
Luoghi chiusi che diventano quasi un personaggio immobile della commedia.
La stanza ingombra di rifiuti de “Il custode” (Pinter), le stanze trasparenti de “La casa di Bernarda Alba” (Garcia Lorca), la stanza “mentale” di “Finale di partita” (Beckett), le stanze-gabbia di “Animali notturni”.

Anche ne “Il Calapranzi” lo spazio fisico in cui si svolge la scena è, a tutti gli effetti un personaggio della commedia. Un luogo chiuso che si fa microcosmo, due letti, due porte (una apparentemente sicura, che da verso il bagno e la cucina; una densa di mistero, da cui dovrebbe entrare la vittima), due letti e un calapranzi.

Quest’ultimo oggetto, questa bocca della verità che si apre cigolando e inghiotte le certezze dei personaggi, questo meccanismo che porta l’assurdo e l’incertezza nella commedia, prima invisibile e poi onnipresente, è il centro stesso della storia. Nonostante questo dovrà avere un’apparenza inoffensiva e scalcagnata.
La stanza sarà una volta di più uno dei segni principali della nostra regia.

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