Lo scioglimento dei ghiacciai e l’arte della recitazione

Qualche giorno fa stavo chiacchierando di teatro con un collega che insegna in un Accademia a proposito dell’arte della recitazione (e dello scioglimento dei ghiacciai).
Cosa c’entrano l’uno con l’altro?

Si parlava dei Vecchi Maestri del Novecento, delle loro utopie e del loro lavoro quotidiano.
Siccome eravamo seduti a un tavolino di un bar e la giornata era mite, il dialogo svolazzava da un tema a un altro senza logica apparente.
Si passava dalla filosofia alla scienza, si citavano libri e spettacoli.
Un po’ per volta si arrivò a ragionare del nostro tempo, di come e perché noi insegniamo l’arte della recitazione.
A un certo punto il mio interlocutore disse una cosa inattesa e interessante:

Pare che i ragazzi di oggi non abbiano più voglia di dedicarsi all’Arte e alle Scienze Umanistiche.
E questo per via del cambiamento climatico.
Le persone più sensibili di questa generazione, non scrivono poesie, non cantano e non dipingono ma corrono ad iscriversi a biologia, per dare una chance di sopravvivenza al nostro Pianeta e alla nostra Specie.

E anche i giovani che nonostante tutto si dedicano all’Arte, i giovani attori per esempio che oggi si diplomano in un’accademia, non hanno molta voglia di applicarsi all’approfondimento delle tecniche del nostro lavoro.

Pensano che fra trent’anni tutto sarà finito, che arriverà il fatidico giorno dello scioglimento dei ghiacciai, la nostra civiltà verrà inghiottita da un immenso deserto e noi moriremo o torneremo alla barbarie.

Quindi perché studiare ancora?

Meglio dedicarsi a mettere in scena un ultimo spettacolo, un’ultima capriola prima che tutto venga spazzato via, prima che arrivi lo scioglimento dei ghiacciai.”

A vederla così, effettivamente…

Ma poi mi è venuto in mente Martin Luther King e anche il cinese davanti al carro armato in piazza Tienanmen e tante altre storie, altre immagini che avevo visto sui libri, per strada e a teatro e forse ho capito qualcosa.

Forse ho capito che è proprio in momenti come questo che l’Arte e lo studio dell’Arte acquistano senso.
È adesso che uno spettacolo fatto con cura profonda e altissima tecnica può cambiare le cose.

E non dev’essere per forza uno spettacolo che parli di Amazzonia o di piogge acide.
Dev’essere uno spettacolo che parli a chi guarda.
Dev’essere un bello spettacolo.

I Grandi Maestri del secolo passato ce lo hanno detto, con parole forti e chiare, perché è così importante raccontare storie e farlo con una tecnica potente.

Bisogna leggere le parole di Stella Adler, di Grotowski, di Peter Brook.

Loro (e gli altri giganti del teatro) conoscevano le parole per rivelare il semplice segreto per cui da millenni ci raccontiamo storie.

Siamo creatori e mangiatori di storie, per questo guardando un quadro, ascoltando della musica o assistendo a uno spettacolo teatrale capiamo cose che a una conferenza non capiremmo.

A teatro capiamo in modo diverso, capiamo altre cose, altrettanto importanti.

Raccontando una storia si cambia il mondo, sembra follia ma è sempre stato così.

Quando un uomo che non era un attore su un palco che non era un teatro disse “I had a dream” gli spettatori fecero un’esperienza che li cambiò per sempre.

Quando un sconosciuto cinese fronteggiò con il suo minuscolo corpo un gigantesco carrarmato fece fare a tutti gli spettatori un’esperienza indelebile.

Non era Teatro, quello, è chiaro, ma i meccanismi sono gli stessi.

Raccontando una storia si cambia il mondo.

Ma perché questo accada bisogna raccontare bene.
Per raccontare bene bisogna scegliere una tecnica e diventarne maestri, studiarla per tutta la vita.

Fosse anche il terzultimo giorno prima dell’Apocalisse varrebbe la pena studiare ancora un po’, progettare ancora un po’, spingere il nostro futuro ancora un po’ più in là.