Cosa chiediamo di fare a un attore con la propria voce? Perché partecipare a un corso di voce?
Spesso noi registi e pedagoghi partiamo da un’involontaria confusione: diciamo “voce” e già pensiamo alle parole, confondendo suoni e concetti, respiro e pensiero.

Spesso contribuiamo con il nostro lavoro frettoloso allo scollamento tra corpo e voce, chiediamo agli attori di agire con la voce astraendo da corpo e spazio, come se movimento e suono fossero due fenomeni distinti.
Questo porta inevitabilmente a una recitazione periferica, che cerca di ricostruire degli effetti senza averne esplorato le cause.
Arriviamo dunque ad usare la voce come una pennellata astratta, mossa dall’intelletto ad allontanarsi dalle più profonde radici organiche del fenomeno.
La voce rischia di diventare così nient’altro che uno strumento per dire parole che spiegano concetti.

Proviamo a ripensare alle prime esperienze che un cucciolo d’uomo fa con la propria voce:

Caterina ha poco più di un anno, ancora non parla, è l’unica bambina attorno al tavolo. Noi adulti stiamo seduti e chiacchieriamo, lei in piedi sulla sua sedia osserva il biberon che le sta di fronte.

Caterina misura mentalmente la distanza che la separa dall’oggetto che desidera.
Non può raggiungerlo da dove si trova.
Per prenderlo dovrebbe scendere dalla sedia (azione complessa e rischiosa a quell’età) fare il giro del tavolo, arrampicarsi sulle gambe della mamma, raggiungerne il grembo, alzarsi in piedi e infine afferrare l’oggetto.

Caterina decide di usare un’altra strategia: allunga il braccio verso il biberon, come se volesse prenderlo ma in realtà non fa niente per raggiungerlo veramente. A metà del movimento Caterina emette un suono, un “mmm” affaticato e stizzito, che si prolunga qualche istante oltre la fine del suo gesto.
Tende il braccio, mugola, il corpo rimane per qualche secondo in uno stop plastico, immobilità dinamica, movimento amplificato dal suono.

La mamma consegna a Caterina il biberon.

E la scienza cosa ci dice di quell’affascinante fenomeno che è la parola?

Se ascoltiamo i discorsi dei neurologi sull’ipotetica evoluzione del linguaggio, scopriamo degli scenari complessi e sorprendenti. In estrema sintesi ecco cosa ci dicono: i nostri progenitori avevano elaborato una serie di suoni utili a dichiarare in tempo breve ai componenti del gruppo un accadimento importante (per esempio segnalando un pericolo con un grido d’allarme).

Sorprendentemente il linguaggio parlato pare non essersi evoluto da questa abilità.
Questi primi suoni avevano un significato univoco e una valenza di immediatezza che si è tramandata nei nostri “suoni emotivi” (urlare di rabbia o di dolore, forse ridere e piangere).

Il linguaggio verbale pare si sia evoluto da un’area del cervello preposta invece al movimento finalizzato all’azione.
Un gesto transitivo, fatto come azione che modifica la realtà circostante, viene ritualizzato in un segno che vuole dire “prendi” o “vai” o “dammi”.
Gesto e suono si saldano quasi subito in un tutt’uno in cui poco per volta prevarrà quest’ultimo.

Questa ipotesi evolutiva (di cui parla tra gli altri Giacomo Rizzolatti, padre della teoria dei neuroni specchio) ha conseguenze gigantesche anche per noi che facciamo teatro: la parola nasce come azione, è a tutti gli effetti un’azione verbale.
La comunicazione, e in particolare la parola, in pratica accende gli stessi neuroni preposti all’organizzazione dell’azione e sottostà alle stesse regole.

Perché partecipare a un corso di voce? Per potere iniziare ad usare la propria voce su un palcoscenico, per scoprire alcune delle proprie potenzialità, per imparare ad ascoltarsi e ad ascoltare i compagni in scena.

Incontro della domenica con Lorenzo Pierobon, domenica 18 novembre dalle 10.00 alle 17.00 a Lugano
Per informazioni sul nostro corso voce e iscrizioni scrivici a compagniateatrodemergenza@gmail.com oppure chiamaci al +41 763467488.